penna

Referendum costituzionale, prepariamoci per tempo

Tra qualche mese voteremo per la modifica della costituzione e non è la prima volta che succede: tra il 1963 ed il 2012 ci sono già state tredici revisioni. Allora perchè questa volta è così importante?

In realtà nemmeno le altre volte era meno importante, la costituzione di uno stato è la legge delle leggi, la norma principale sulla quale si basa tutta la vita dello stato cui appartiene, quindi nessuna modifica può essere mai considerata banale. In passato le modifiche hanno riguardato età, durata, eleggibilità dei deputati, corte costituzionale, bilancio, guerra, carcerazione, etc, quindi, perchè stupirsi della soppressione di una camera parlamentare?

 

Il referendum

Il referendum confermativo non è sempre necessario, infatti, la stessa costituzione oggi prevede che il suo testo si possa cambiare solo con un ampio consenso parlamentare e con tempi che permettano di analizzare le conseguenze del cambiamento. Se dopo tutte le “letture” parlamentari, presso Camera e Senato, il testo è approvato con una maggioranza inferiore ai due terzi dei componenti di ciascuna camera, può comunque entrare in vigore, ma deve prima essere confermato con un referendum, detto, appunto, referendum confermativo.

Questo tipo di referendum è senza quorum, cioè senza un numero minimo di votanti che debba partecipare alla votazione, quindi se votassimo, per assurdo, solo io ed due lettori decideremmo in tre del destino di 60 milioni di italiani. Per questo è importantissimo andare a votare in molti, il risultato sarà sempre valido.

Al momento si registrano solo due referendum costituzionali nella storia della Repubblica italiana: il primo, tenuto il 7 ottobre 2001, portò all’approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione con il 64,2 per cento di favorevoli ed il secondo, tenuto il 25 e 26 giugno 2006, bocciò la riforma della Costituzione promossa dal governo Berlusconi con il 61,3 per cento dei voti.

La riforma attualmente promossa dal governo prende il nome di “DDL Boschi” dal cognome del ministro Maria Elena Boschi.

 

Cosa prevede:

  1. Fine del bicameralismo perfetto. É di fatto il cuore del provvedimento, oggi con “bicameralismo perfetto” si definisce un sistema parlamentare le cui camere svolgono più o meno le stesse funzioni, dopo la riforma, se approvata, il Parlamento sarà sempre composto da Camera e Senato, ma solo Montecitorio potrà accordare o revocare la fiducia al governo e la stessa Camera dei deputati avrà la preminenza legislativa. I tempi per l’approvazione delle leggi saranno snelliti ma il potere sarà tutto nelle mani di chi ha la maggioranza alla Camera, mentre il voto di Palazzo Madama avrà lo stesso peso dei colleghi onorevoli solo nelle leggi bicamerali, fra cui quelle di revisione costituzionale.
    .
  2. Riforma del Senato. I senatori passeranno da 315 a 100, tutti comunque con l’immunità parlamentare: 95 saranno eletti dai Consigli regionali “in conformità alle indicazioni espresse dagli elettori alle elezioni politiche” (74 consiglieri regionali più 21 sindaci) e gli altri 5 potranno essere nominati, come accade anche oggi, dal Presidente della Repubblica. Continueranno ad essere senatori a vita tutti gli ex inquilini del Quirinale.
    .
  3. Elezione del Presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato sarà eletto con i due terzi di senatori e deputati nei primi tre scrutini e con i tre quinti dal quarto scrutinio. Dal settimo si passa a un quorum dei tre quinti dei votanti. Adesso, invece, la Costituzione prevede che all’elezione partecipino anche tre delegati per ogni Regione (la Valle d’Aosta con un solo) con la maggioranza di due terzi dell’assemblea, dopo il terzo scrutinio con la maggioranza assoluta.
    .
  4. Modifica del Titolo V della Costituzione. È la parte della Costituzione dedicata agli Enti autonomi che costituiscono la Repubblica. L’elenco delle competenze è stato riscritto riportandone molte alla competenza dello Stato e sono state eliminate quelle concorrenti. Inoltre sono state cancellate le province dal testo costituzionale.
    .
  5. Aumento delle firme per la presentazione di Leggi popolari e Referendum abrogativi. Innalzamento dei limiti per gli istituti di democrazia diretta: per presentare una proposta di legge popolare serviranno 150mila firme di elettori contro le 50mila, triplicando la richiesta, ma saranno certi i tempi per l’esame; anche la soglia per il referendum abrogativo sale, non più 500mila firme di elettori, ma 800mila con il quorum per la validità fissato al 51% dei votanti delle ultime politiche. Invece se la raccolta firme raggiungerà un valore compreso tra le 500 e le 800mila resta il quorum del 51% degli aventi diritto al voto.
    .
  6. Abolizione del Cnel. Con la riforma viene abrogato l’articolo 99 della Costituzione, quello riguardante il CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, l’organo di consulenza delle Camere e del governo che gode di iniziativa legislativa e può contribuire all’elaborazione della legislazione economica e sociale. Il CNAL non scomparirà subito, ma entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge verrà nominato un commissario straordinario a cui sarà affidata la liquidazione e la ricollocazione del personale presso la Corte dei Conti.

 

Il governo

Matteo Renzi, intervistato da Claudio Tito a Repubblica Tv, ha affermato: «Ho detto che se perdo il referendum smetto di far politica. Non è un plebiscito su di me ma finalmente c’è la responsabilità di chi fa politica dopo che per anni c’è stato il pantano».

Non si tratta quindi di un referendum come un altro, Silvio Berlusconi, dopo il referendum del 2006, è rimasto in politica, Matteo Renzi promette di fare il contrario, quindi, oltre alla riforma in se stessa è in gioco l’idea di politica introdotta da quest’ultimo e se gli italiani ritengono che stia governando bene lo dovrebbero sostenere comunque, altrimenti dovrebbero rifiutare il quesito a prescindere del contenuto che, se del caso, sarà revisionato a tempo debito.

 

Infine

Data l’alta posta in gioco, credo sia comprensibile, anche se non da tutti condivisibile, la scelta del governo di separare i due referendum di quest’anno, sulle trivelle e sulla costituzione, infatti il primo è proposto dalle Regioni e vede il governo proporre l’astensione, altro modo di dire no, mentre quello costituzionale è proposto dallo stesso governo che è quindi schierato per il si.

Votare ad aprile sarà importante, ma votare a fine anno determinante, quindi okki ed orecchie ben aperte per informarsi bene per tempo, dopo di che ognuno voterà secondo coscienza.