CSQA-DOP

Disciplinare o non disciplinare: è questo il problema?

Periodicamente assistiamo all’approvazione di leggi che, in nome del mercato, regolamentano la produzione o l’importazione di prodotti e materie prima dagli stati esteri, ed ora da fuori Europa, l’ultima in ordine cronologico dovrebbe essere una nuova norma europea sull’importazione dell’olio d’oliva dalla Tunisia approvata il 10 marzo 2016 e che prevede l’ingresso in Europa, senza dazi e per il solo biennio 2006 2007, di ulteriori 35mila tonnellate di olio di oliva “interamente ottenuto in Tunisia e trasportato direttamente dalla Tunisia all’Unione”, che si aggiungono alle 56.700 tonnellate già previste da un accordo del 1995.

Italia e Spagna, principali produttori di olio extravergine di oliva in Europa, si sono subito ribellate a questa norma chiedendo l’introduzione, ottenuta, di alcune misure di salvaguardia della propria produzione di olio di oliva. La proposta è un aiuto alla Tunisia a seguito agli attentati al museo del Bardo di Tunisi e quello al resort turistico di Susa che ne hanno messo in ginocchio il volano dell’economia, il turismo, ed è quindi una misura temporanea di aiuti.

É però interessante notare quali siano le misure a protezione del mercato che Italia e Spagna hanno chiesto ed ottenuto:

  • la valutazione intermedia dell’impatto dell’ingresso delle 35mila tonnellate di olio di oliva tunisino sul mercato dei Paesi UE e l’impegno ad aggiornarle, nel caso dovessero rivelarsi dannose per i produttori europei;
  • la tracciabilità delle merci, per assicurare che l’olio d’oliva sia interamente prodotto in Tunisia (secondo le norme per la tutela della salute dei consumatori) e trasportato direttamente da questo Paese nell’Unione;
  • l’impossibilità di prolungare le misure d’emergenza oltre il periodo iniziale stabilito in due anni, facendo decadere l’importazione senza dazi di 35mila tonnellate aggiuntive di olio in modo improrogabile il 31 dicembre del 2017.

Appare evidente come queste norme siano indirizzate solamente a preservare il mercato ed il valore commerciale della produzione italiana e, dato che mettere in tavola un olio tunisino o un prodotto creato mescolando diverse tipologie di olio non mette in pericolo la salute dei consumatori e, anzi, può incontrare le esigenze di una parte di clientela poco attenta alla qualità dell’olio, ma molto al portafoglio, assume sempre più importanza poter distinguere facilmente e con sicurezza il prodotto che ci troviamo davanti, vale a dire proteggerne identità, provenienza e qualità tramite un disciplinare che rappresenti una vera e propria carta di identità e garanzia.

Per Garzanti “Disciplinare” significa “ordinare con norme, leggi, provvedimenti”, per Hoepli si tratta di “regolamento; norme, pene disciplinari” o anche di “Documento contenente le norme che regolano”, un disciplinare di produzione è, invece, definibile come “la prescrizione che disciplina l’ottenimento di un prodotto agricolo o alimentare” e più precisamente, in ambito regolamentato, il Disciplinare è la norma di legge o con valore di legge che definisce i requisiti minimi di produzione e commercio relativi ad un determinato prodotto, classificandolo e certificandone le caratteristiche di produzione e qualità delle materie prime, che non necessariamente possono essere di nostro gusto e/o preferenza.

Siamo già abituati ai disciplinari, alcuni marchi che li sottendono sono già ben conosciuti, come DOC, DOCG, IGT, IGP, DECO, o i vari DOP riferiti a Prosciutto di Parma, Parmigiano-Reggiano, Pane di Altamura, Olio del Garda, etc.

Inoltre, molti di noi già non acquistano prodotti che non siano garantiti da uno di questi marchi o che siano stati prodotti secondo uno dei tanti disciplinari BIO, quindi, sotto questo aspetto il problema non sembrerebbe essere il mercato, per altro importantissimo per la nostra economia, ma l’affidabilità dei disciplinari e la possibilità di verifica ed identificazione certa dei prodotti, oltre, ovviamente, alla necessaria certezza della pena per gli abusi.

Quindi, disciplinare o non disciplinare, ma, soprattutto, quale disciplinare?

L’Italia, notizia di questi giorni, è la nazione con il numero maggiore di DOP, indice dal doppio significato: se da una parte la cultura alimentare italiana conta su di una varietà invidiabile di prodotti, dall’altra significa che il mercato, soprattutto estero, è così ampio ed interessante da rendere necessaria la protezione del prodotto attraverso l’introduzione di un disciplinare che, in questo caso, equivale ad un copyright.

É per questo che quando si parla di embargo e chiusura delle frontiere si resta attoniti, possibile che il prodotto nazionale, il cosiddetto “made in Italy”, sia così richiesto da rendere necessaria la certificazione di origine e noi, al contrario, si abbia paura delle importazioni dall’estero?

Se così fosse davvero, allora sarebbe un problema di cultura: noi italiani siamo bravi a celebrarci ma non altrettanto bravi a proteggerci da noi stessi, come, invece, fanno altri popoli. Basta guardare le auto, dove la certificazione di origine è automatica a causa della precisa locazione delle grandi industrie. In Italia la varietà di marche in circolazione è elevata, auto tedesche, francesi, americane … anche molte italiane, ma non nelle stesse percentuali estere dove il mercato interno viene in modo naturale protetto perchè porta benessere diffuso alla propria nazione, Francia e Germania in testa. Un francese od un tedesco con auto estere è traditore della patria, un italiano con una di queste è alla moda … con buona pace per il nostro prodotto nazionale, scusate per l’ex nostro prodotto nazionale, dato che anche FIAT è ormai un’azienda straniera o quasi.

Certo, la qualità del nostro prodotto non è mai stata al top di mercato, ma che dire dei francesi? Avrebbero dovuto smettere di acquistare Citroen? No, hanno perseverato e conservato le aziende sul territorio nazionale, con sacrificio, abnegazione ed una politica dello stato favorevole non agli aiuti ma agli incentivi, cose molto differenti tra loro.

Quindi, escludendo il campanilismo nazionale e prodotti specifici, compro italiano quando so che il prodotto italiano, manufatto od alimento, è di qualità certa e certificata, non compro italiano quando non sono sicuro della provenienza di ciò che voglio ed a parità di qualità apparente costa meno.

Assunto per buono questo enunciato il problema diventa, perciò, il disciplinare, nella sua affidabilità, adattabilità, aggiornamento ed applicazione. Un esempio pratico e reale sono ormai da molto tempo i consorzi di tutela, che sovrintendono alla nascita e gestione del disciplinare di riferimento, oltre al primo reale controllo della sua applicazione, aggiungendo a questi le altre forme di disciplinari, che potremmo definire “privati” o su base volontaria, costituiti dai “capitolati” di singolo produttori che attraverso la loro dichiarazione aumentano ulteriormente le garanzie del prodotto che stiamo acquistando.

Per poter comparare consapevolmente è necessario regolamentare e per quanto più possibile standardizzare, la differenza sarà fatta dal produttore stesso, dalla sua dedizione e dalla sua capacità di produrre qualcosa di speciale. Avete mai provato a replicare la ricetta della nonna? Allora saprete che non vi è riuscita allo stesso modo … eppure avete usato gli stessi ingredienti, le stesse dosi e tempi e persino maggiore attenzione. La ricetta non è tutto, come non lo è il disciplinare, comperiamo italiano, produciamo italiano, ma non facciamoci riconoscere facendo i soliti italiani, impariamo a rispettare le regole che vorremmo imporre agli altri per rispettare noi stessi.

La prima protezione del mercato interno parte da noi, proteggiamoci con mezzi leciti: disciplinari, scelte consapevoli e, perché no, un po’ di buon orgoglio nazionale. Come per la ricetta della nonna.