Ultimissime prima del referendum

Il sottosuolo è di proprietà pubblica, quindi è possibile estrarre solo su concessione, per questo sono presenti le concessioni, dette di “coltivazione”, per le quali si pagano royalties sulla produzione.

Le royalties che le società petrolifere devono pagare per poter estrarre idrocarburi sono paro al 10%, in Guinea, per esempio, sono del 25% ed in Norvegia vicine all’80%, ma non è tutto, sono presenti delle franchigie, per l’estrazione in mare la franchigia è di 50mila tonnellate annue, sotto le quali non si paga nulla pur rivendendo tutto a prezzo pieno, ma se si superano le soglie c’è comunque un’ulteriore detrazione di circa 40 euro a tonnellata.

Quindi: le royalties vengono pagate solo dopo le prime 50mila tonnellate di greggio estratto e sopra scatta comunque una detrazione di circa 40 euro a tonnellata, consentendo alle società di mantenere in vita impianti che producendo quantità modeste di petrolio non pagano tasse ed evitano i costi.

Perché farlo? Semplice, un pozzo petrolifero non può essere quasi mai considerato veramente esaurito, il termine dello sfruttamento, quindi, è deciso quando la qualità di produzione del materiale estratto non ne rende più conveniente lo sfruttamento ed anche se tecnicamente non avrebbe senso mantenere in vita una produzione minima e non conveniente solo per evitare i costi di smantellamento, durante la vita “normale” del pozzo il mantenimento della produzione poco al di sotto delle franchigie con una qualità elevata potrebbe chiudere i bilanci almeno in pareggio e far decidere il contrario. Basti dire che non si ha notizia in Italia di nessun pozzo mai esaurito e smantellato.

È stato anche detto che si perderebbero dai settemila ai dodicimila posti di lavoro, la cifra pare esagerata, dato che non vi è corrispondenza con i numeri globali delle compagnie petrolifere, per esempio in Arabia Saudita o in Kuwait, dove, facendo le stesse proporzioni, si dovrebbero impiegare milioni di dipendenti al posto delle centinaia di migliaia reali.

Ho letto molte stime, direi che quelle che mi hanno più convinto si aggirano sui due-tremila posti di lavoro a rischio, per i quali valgono due considerazioni: per prima, che se si dovessero smantellare veramente le piattaforme a termine, come previsto dalla legge, occorrerebbero per alcuni anni molte più persone, quindi i posto di lavoro persi non generano immediatamente ed automaticamente disoccupazione. La seconda, riguarda il fatto che le concessioni si esaurirebbero nell’arco di più di dieci anni, consentendo agevolmente sia la ricollocazione del personale sulle restanti numerose concessioni oltre le 12 miglia che l’eventuale pensionamento dei lavoratori più anziani.

Quindi un SI senza ripercussioni ma con grandi vantaggi per l’ambiente e l’industria turismo italiana.

A questo si devono obbligatoriamente aggiungere altre considerazioni importanti, per esempio che l’Italia è stata tra le nazioni promotrici e sottoscrittrici del famoso “Accordo di Parigi” siglato dall’ONU il 12 dicembre 2015, quindi da pochissimo tempo e con questo stesso governo, sul clima mondiale che, tra le altre cose, prevede fondi per l’energia pulita in ragione di cento miliardi all’anno, dal 2020, per diffondere in tutto il mondo le tecnologie verdi e decarbonizzare l’economia.

Considerato che l’Italia è ormai leader mondiale nella produzione ed utilizzo di energia pulita, che con l’8% attuale è davanti a Grecia (secondo posto con 7,4%) e Germania (terza con 7,1%), poi Belgio e Giappone (circa 4%) ed infine Bulgaria, Repubblica Ceca ed Australia (circa 3,5%), non si capisce perché dovremmo accanirci tanto per “salvare” pochi pozzi entro le 12 miglia, che contribuiscono meno delle rinnovabili al fabbisogno italiano (3%), non danno gettito erariale interessante rispetto alla produzione e non sono oggetto di investimenti per il futuro, anzi, semmai di disincentivi.

Deve finire il petrolio perché l’età degli idrocarburi termini? Se così fosse dovremmo essere rimasti all’età della pietra, data che di materia prima c’è né ancora in abbondanza, inoltre l’Italia ha già ridotto negli anni la sua dipendenza dal petrolio, con riduzione dei consumi tra il 20 ed il 30%, un’ulteriore 3% a favore dell’energia pulita potrà solo fare del bene.

Ora un inciso sul referendum in quanto tale che, è vero, è stato promosso da “sole” nove regioni (su venti) e non dal popolo, ma è proprio questo che deve far pensare, le nove regioni che lo hanno promosso in qualche modo sono beneficiarie dei proventi economici e dell’indotto, limitato, della presenza delle piattaforme, eppure ne chiedono lo smantellamento: vanno contro i propri interessi?

Chissà. Fino ad ora avevo visto regioni svendere qualsiasi cosa in nome degli affari, che affare ci sarà dietro la perdita di reddito? Forse, queste regioni, o meglio i loro consigli regionali, hanno pensato che a poche brutte, quasi inutili piattaforme, poco redditizie e visibili dalla costa, è preferibile il mare pulito e l’orizzonte libero che non solo valgono di più, ma producono anche maggior benessere: l’oro nero dell’Italia è il turismo, non il petrolio.

Per ultimo sul diritto di voto: votare è un dovere civico ma anche un diritto, ce ne stanno lasciando pochi, complice anche la nostra disattenzione per questo istituto, il più importante ed efficace strumento di democrazia che ancora ci è rimasto, esercitiamolo ed impediamo che si prendano anche questo.

La cassazione ha già sentenziato più volte in merito, ma la vera curiosità credo stia nel fatto che prima di Renzi fu Craxi, nel 1985, a suggerire in televisione l’astensione, ottenendo la denuncia di Mario Capanna. La storia scrive i copioni, gli attori la ripetono, guardiamo al futuro chiudendo con le tristezze del passato.

Vota SI al referendum, chi ti chiede di astenerti sta cercando di fregarti (e non ha argomenti validi per il NO).