costituzione italiana - uno

ARTICOLO 1

Recarsi nel suo piccolo laboratorio era sempre piacevole, una piccola stanzetta a fianco di un condominio in una via senza attività commerciali, il calzolaio che nel paese dove abitavo conoscevano tutti, anziano, educato e sempre disponibile, non c’era una riparazione che si rifiutava di fare. Guardava con attenzione scuoteva la testa, a farti intendere che non sarebbe stato facile, poi ti guardava e con un sorriso ti diceva: “Passa domani”.

Ritornavi il giorno dopo sicuro che avrebbe mantenuto la parola, soprattutto ogni volta rimanevi sorpreso della cifra che ti chiedeva bassa all’inverosimile, da lì capivi che le tante ore che passava dentro quel localino erano una passione più che un lavorare per guadagnare soltanto, un piccolo chirurgo del cuoio. Questa insieme a tante altre immagini che mi ricordo di un passato lontano, di quando ero ancora studente, mi hanno insegnato cosa rappresentava “il lavoro”, cercare di comprendere cosa ti sarebbe piaciuto “fare da grande” ed impegnarti per raggiungere quell’obiettivo, tutto il contorno era secondario.

Sono convinto che ci ha preceduto aveva quello scopo nella vita, chi era fortunato come me se lo costruiva negli anni con lo studio superiore, ma anche chi si trovava a svolgere una mansione per necessità riusciva a trovare la sua dimensione anche nelle attività più umili, più semplici e tutto ciò acquistava valore e rispetto nei confronti di chi riconosceva le tue attitudini, ecco perchè le conquiste che ti consentivano di portare avanti il tuo lavoro erano importanti, non c’era solo il mero aspetto economico, seppur importante, nelle tue mire, chi alla fine si convinceva che la tua richiesta era legittima ne traeva il giusto profitto.

Ma un altro aspetto era fondamentale, il tramandare a chi negli anni si avvicinava alla tua attività, che sia stata in proprio o alle dipendenze, tutti i trucchi, le malizie, gli accorgimenti per svolgere in sicurezza ogni operazione, leggevi nello sguardo di queste persone la soddisfazione di essere importanti per quei ragazzi, che cercavano di apprendere tutto con tanta curiosità e fretta di imparare, nulla importava se qualche volta arrivava qualche rimprovero, facevano parte dell’insegnamento anche quelli.

La forza del nostro Paese era questa, la professionalità in qualsiasi campo, la determinazione nel migliorare sempre il prodotto, il fatto che fossimo un Paese senza materie prime non importava, perchè pochi come noi nel mondo sapevano come trattarle.

L’art. 18 dello Statuto dei lavoratori nasceva in quel clima, con quei presupposti, il datore di lavoro che per primo metteva a frutto le sue capacità imprenditoriali non poteva fare a meno di chi lo circondava, nei suoi interessi c’era tutto, tranne che liberarsi facilmente di chi gli permetteva tutto ciò, il “tempo indeterminato” era un dettaglio che non veniva considerato dopo che aveva preso atto delle tue capacità, non a caso si era deciso di inserire una norma che rendesse illegittimo un licenziamento per motivi discriminatori ovvero al di là di come operavi, perchè si dava per scontato che l’investimento che si faceva per ogni lavoratore era la creazione di un patrimonio difficilmente sostituibile.

Le nuove generazioni di oggi che non godono più di quel clima trovano difficoltà a comprendere questi aspetti, l’aver fatto diventare il lavoro un semplice fatto economico, legato a regole di mercato che nulla hanno a che vedere con il progresso e la qualità della vita ha provocato danni al limite dell’irreversibilità; è triste oggi vedere divergenze di pensiero tra le varie generazioni, tutto ciò si comprende solo per il semplice fatto che chi si scontra non comprende le esigenze della controparte, fondamentalmente perchè non le conosce.

Diventa quindi complicato anche per chi ha come proprio compito rappresentare queste esigenze andare verso giuste soluzioni, è facile oggi alla luce di ciò che non è più come una volta, dire che rappresentano una vecchia concezione non in grado di rispondere alle regole economiche, sempre e solo loro, perdono valore quindi le conquiste del passato, chi oggi chiede il rispetto o nuove protezioni normative rischia di essere additato come egoista, insensibile alle difficoltà di chi invece perde o rischia di perdere l’attività, ma tutto ciò non può trovare questi limiti, cedere un diritto non è mai migliorare situazioni altrui, anzi indirettamente è peggiorare anche il suo futuro.

E’ legittimo che questa visione dei fatti può apparire di parte, ma i dati che oggi ci vengono messi davanti, non dimostrano un andamento migliore delle cose, rispetto al passato; numeri freddi per descrivere anche piccole percentuali di miglioramento, non indicano che questa sia la strada da percorrere, perchè dietro non c’è un consolidamento, ma semplici aspetti transitori; l’aumento degli infortuni, a livelli superiori a quelli  degli agli anni passati in presenza di un’occupazione maggiore,sono un ulteriore metro di misura degli sbagli che si stanno facendo.

Guardiamo all’aspetto forse più drammatico, quello di non riuscire ad avere un quadro certo nelle pensioni per anzianità da lavoro da qui ai prossimi decenni, il timore di non riuscire a mantenere un diritto a chi con fatica raggiungerà quel traguardo, un dato che si misura con il fatto che non ci sono più le garanzie contributive a coprire quelle necessità, per vari aspetti, a partire dall’aver creato forme contrattuali deboli, che non forniscono la dovuta remunerazione contributiva, ad ogni pensionato non dovrebbe corrispondere un lavoratore, ma almeno quattro con le stesse caratteristiche contributive di un tempo, numeri che garantivano anche determinati aspetti che oggi vengono considerati privilegi non più sostenibili, insomma il diritto alla pensione non più come compenso per ciò che hai svolto, per ciò che hai prodotto in termini di crescita, mettendo talvolta a rischio l’incolumità della persona, ma semplici calcoli matematici di quanto hai versato, tanto da far mettere in dubbio il significato del termine Stato; già perchè potrebbe essere legittimo chiedersi se le cose stanno così, per quale motivo un lavoratore non si potrebbe scegliere il proprio sistema previdenziale privato?

Si potrebbe andare ancora avanti, ma forse è più giusto fermarsi e chiedere a chi legge se tutto ciò che lo circonda, anche nei messaggi trasmessi risponde ad una logica che guarda ad un sistema collettivo od a soluzioni individuali che sfociano in pericolosi egoismi sotto ogni punto di vista, è probabile che molte cose del passato devono essere riviste, ricalcolate, ma il criterio non deve limitarsi al dato ragionieristico così come si sta operando adesso, soprattutto non si deve guardare in quest’epoca di globalizzazione, in direzione di chi oggi è in competizione senza nessuna regola di rispetto della dignità del mondo del lavoro nel suo complesso, insomma occorre mettere in moto una globalizzazione dei diritti, certo difficile per le differenti culture da realizzare, ma non per questo non si deve non tenerne conto.

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