Ridatemi l’Italia degli anni settanta

Osservavo le agitazioni sindacali di questo periodo e mi chiedevo: serve davvero una legge sullo sciopero?

In Italia le leggi tardano sempre, quando si tratta di limitare il diritto di sciopero, però, i provvedimenti arrivano tempestivi, è così che da un bel po’ di tempo, e sotto gli occhi dei sindacati che non reagiscono, il diritto di sciopero è sempre meno un diritto ed il suo esercizio è sempre più difficoltoso, complicato e svalutato.

Eppure la storia sindacale, che è anche storia di progresso ed emancipazione, è basata sull’esercizio di questo diritto, quindi, cosa sta succedendo?

Succede che, così come in Francia da molto tempo si bloccano strade e servizi per protestare contro il governo che riduce i diritti del lavoratori, in Italia tutto passi sotto mitigate proteste di opinione e nessuna azione concreta, se non l’addestrare i rappresentanti sindacali a rispondere in modo forbito e competente ai lavoratori che non c’è nulla da fare, se non subire.

Ma se scioperi ad oltranza, in Francia, dimostrano che tutto sommato l’azione sindacale non è poi così efficace come ci viene descritta e che con il passare del tempo ci si stanca di scioperare e l’abitudine alla nuova condizione svuota iniziative del significato iniziale e della partecipazione delle persone, è evidente a cosa serve, in Italia, una legge che, di fatto, allunga quasi all’infinito i tempi di agitazione e svuota le proteste dei loro significati. Parlo, ovviamente, della legge sugli scioperi.

Certo, quando scioperano alcuni settori, vedi per esempio i servizi pubblici, il disagio è grande, ma la procedura lo è forse di più, infatti si si deve dichiarare l’”agitazione” passiva del personale ed aprire una procedura di “raffreddamento” del conflitto della durata di una settimana circa. Ovviamente il dissenso resta, quindi si passa al livello “superiore”, chiedendo al governo, prefetto o ministro, di intervenire per cercare una mediazione e portando, così, il conflitto già oltre il mese di attesa. Solo a questo punto, finalmente, si può proclamare uno sciopero, si, però con 12 giorni di preavviso che servono ad avvertire l’utenza tramite i giornali e la televisione e le azioni successive dovranno essere cadenzate all’incirca con un minimo di oltre i venti giorni una dall’altra.

Fatto questo, e sempre che nel frattempo non siano sopraggiunti altri motivi di protesta, che farebbero ripartire la vertenza da zero, la domanda è perché devo ancora “garantire” dei servizi minimi che nella migliore delle ipotesi pari a almeno circa l’ottanta (80) per cento dei servizi normalmente previsti?

Qualche lettore si sarà già arrabbiato perché pensa che questo sia giusto, ma io, che di sciocchezze ne ho negli anni sentite tante ed ho persino assistito alle affermazioni di “commissari” competenti e strapagati dal governo che esordivano con frasi del tipo “… all’uomo della strada parrebbe …” o “… se la signora Maria vuole andare a far la spesa in aeroplano …”, credo di no.

É evidente che le vertenze diventano infinite e, a parte che da un esperto giurista da noi ben pagato non accetto espressioni da uomo della strada e da signora Mari, se i nostri antenati avessero dovuto aspettare l’uomo della strada o la signora Maria i pochi diritti dei lavoratori di cui fruiamo sarebbero ancora confinati nei sottoscala e nelle aziende dormitorio, oltre che nei cimiteri delle miniere.

Da troppi anni il “contemperamento” dei diritti è sbilanciato contro i lavoratori: se non vuoi che scioperi fammi lavorare in condizioni adeguate e pagami correttamente, sarà il mercato a rendere giustizia, non le tasche dei datori di lavoro, o peggio, degli “azionisti”, nuovi dei dell’economia moderna.

Purtroppo con la scusa dei disagi all’utenza vi sono categorie di lavoratori vessati e schiavizzati legalmente dai datori di lavoro e con la scusa di creare nuovi posti di lavoro si riducono i diritti esistenti invece di investire sulle persone, così “diritti”, quali il demansionamento, non lo sono più nei fatti da anni ed il famoso articolo 18 non è stato modificato con l’ultima riforma, ma ha ceduto le armi con l’introduzione della mobilità, più di venti anni fa e nel silenzio totale di tutti.

Perché? Perché il lavoro è sempre un business, sia che si assuma sia che si licenzi.

Mi spiego: quando un sindacato introita denaro per sottoscrivere un accordo, sta tutelando gli interessi dei suoi dipendenti a discapito degli interessi dei lavoratori che dice di tutelare. Si, perché un aspetto forse poco conosciuto delle trattative sindacali è che quando un funzionario sindacale sottoscrive un accordo di mobilità, che equivale quasi sempre a licenziare delle persone, il sindacato introita dall’azienda almeno le quote sindacali relative al personale interessato, indipendentemente dalla loro iscrizione o meno, e quando un “conciliatore” sottoscrive un atto transattivo tra azienda e lavoratori, percepisce un compenso.

Questo per quasi tutte le situazioni sindacali, generando budget e bilancio e trasformando il sindacato che difende i lavoratori nel sindacato che sbarca il lunario.

Non è questo il sindacato che voglio, non è questo il diritto di sciopero che voglio, il sindacato DEVE essere riformato, ma non può essere un governo a farlo, perché fino ad ora tutti i governi hanno dimostrato che non hanno paura dei sindacati in quanto sono, almeno ad alti livelli, parassitari allo stesso modo.

Se alla fine degli anni sessanta invece di una sollevazione popolare si fossero dovute seguire le regole odierne sulle agitazioni sindacali non avremmo avuto la legge 300/70, quella denominata “Statuto dei Lavoratori”, quella che conteneva i diritti fondamentali dei lavoratori e che è stata riformata più volte con giurisprudenza ed accordi nazionali, con la scusa di adattarla ai tempi ma svuotandola nei fatti dei significati e del sangue dei lavoratori che hanno contribuito a generarla.

Persino il professor Gino Giugni, ormai non più tra noi, ha terminato la sua carriera politica, iniziata con la stesura proprio dello stuto dei lavoratori, come presidente della Commissione di Garanzia per l’attuazione della legge sugli Scioperi, vale a dire come presidente di un organismo che limita per legge la possibilità dei lavoratori di protestare: da paladino dello sciopero a repressore dello stesso.

Nel corso di una riunione dove mi veniva spiegato perché non potevo esercitare il mio diritto di sciopero, ho avuto il professore seduto davanti a me quale presidente della Commissione di Garanzia. Approfittando dell’occasione mi sono rivolta a lui esprimendo chiaramente il mio rifiuto al principio che un diritto come quello di scioperare potesse essermi negato e che anche lui doveva la sua posizione e la sua fama a questo diritto e che, quindi, mi aspettavo mi sostenesse difendendolo.

Ormai ultranovantenne si doveva essere scordato della sua giovinezza, non ha risposto e non posso dire di aver percepito la sua comprensione. La commissione, tuttora, non ha cambiato idea.

Alla fine, con piccoli risibili aumenti salariali, i “negoziatori” si sono ripresi nel tempo, in silenzio e nella connivenza di istituzioni  e sindacati, la nostra libertà e la nostra dignità, valori molto più preziosi del denaro. Se questo è il progresso, viva la recessione.

Rivoglio i miei diritti, rivoglio i miei sindacati, ridatemi l’Italia degli anni settanta!